Visualizzazione post con etichetta Famiglia e Educazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Famiglia e Educazione. Mostra tutti i post

venerdì 9 dicembre 2011

Il sapere serve solo per darlo

a quaranta anni da Lettera ad una professoressa


Il Movimento Studenti di Azione Cattolica di Rimini (MSAC) invita la cittadinanza alla:

Mostra fotografica-multimediale per ricordare don Lorenzo Milani e la Scuola di Barbiana

Inaugurazione venerdì 9 dicembre alle ore 17.00
Sala dell'Assessorato piano terra,
ingresso RM25 - Corso d'Augusto 241- Rimini

La Mostra si svolgerà nei seguenti giorni e orari:
Venerdì 9/12 ore 15.00-19.00
Sabato 10/12 ore 15.00-19.00
Domenica 11/12 ore 10.00-19.00

La cerimonia di inaugurazione, con un buffet e una breve illustrazione, è prevista per Venerdì 9 alle ore 17.00.

I segretari MSAC Rimini
Michele Giovanardi
Davide Capelli

DESCRIZIONE MOSTRA

La strada per Barbiana è ancora oggi una specie di grossa mulattiera. La casa più vicina ad almeno mezzo chilometro, le altre sparse per i monti. Un paese che non è che una chiesa, una canonica e un cimitero.
Da qui, nel 1967, i ragazzi di una scuola speciale lanciarono un appello al Paese, riaffermando il ruolo primario dell'istituzione scolastica nella formazione del cittadino sovrano, rilanciando il diritto all'istruzione come presupposto per il diritto all'eguaglianza, denunciando una scuola che stava scadendo nella insipienza, o meglio, nella in-Sapienza.
E' la denuncia di Lettera a una professoressa, il manifesto del metodo educativo della Scuola di Barbiana, la scuola fondata dal giovane e renitente prete fiorentino don Lorenzo Milani, allontanato dalla Curia di Firenze in questo angolo sperduto del Mugello.
Una scuola per montanari, per i figli dei poveri, per i tanti ragazzi che la scuola di allora perdeva, smarrendosi nelle dinamiche del voto-registro, della promozione ai fini del diploma, del dovere degli insegnanti di affermare i meno capaci, i meno dotati, gli svogliati, in nome di un sapere che fosse privilegio dei più bravi, dei più intelligenti, dei meritevoli.
I ragazzi di Barbiana chiedevano una scuola che non preparasse al diploma, ma alla vita. Che non insegnasse saperi vuoti di senso, ma che attribuisse a tutto un fine grande. Il fine grande di Barbiana era il prossimo. E come vuol amare il prossimo se non con la scuola, la politica e il sindacato? Barbiana ci insegna che il Sapere non è prestigio ma serve solo per darlo.

E' per ricordare questa scuola, l'esempio del maestro che fu don Lorenzo, l'esperienza vissuta da questi ragazzi, che oggi, a quarant'anni di distanza, il Movimento Studenti di Azione Cattolica ripropone una riflessione sulla figura così controversa di questo prete fiorentino e sull'esempio educativo della scuola di Barbiana.
Il MSAC propone una mostra. Itinerante, tematica, attuale.
Itinerante, perché vogliamo che questa mostra, con le sue parole, le sue foto, la vita che racconta, possa arrivare a quanti più studenti è possibile, raggiungendoli nelle loro scuole, nelle loro province, sul loro territorio. Vogliamo sia patrimonio di tutti, che possa appassionare ogni studente ad una nuova idea di scuola e di studio.
Attuale, perché non si tratta di un amarcord celebrativo di un prete dalla vita un po' particolare, l'album fotografico di un'esperienza di scuola troppo speciale. Siamo convinti che Barbiana possa parlare ancora oggi e possa parlare agli studenti di questo tempo, ai loro sogni, alle loro domande di senso.
Tematica. La mostra proposta dal MSAC è divisa in tre sezioni: Barbiana e gli Ultimi, Barbiana e la Parola, Barbiana e la Costituzione. Sono tre temi di grandissima attualità, che possono contribuire al dibattito culturale in atto, qui e adesso. Mettono al centro le scelte educative di don Lorenzo, le rivendicazioni della Lettera: la scelta dei poveri, il dovere di un'eguaglianza da garantire, il ruolo primario del Sapere nella formazione della Persona, il servizio dell'impegno civile a cui è chiamato ciascun cittadino.

Barbiana era una scuola unica. Irripetibile, come diceva lo stesso don Milani. Sicuramente migliorabile.
Barbiana non è il modello di scuola ideale. E' una provocazione. Ma che ha la forza di parlarci ancora. E pretende di essere ascoltata.

martedì 22 novembre 2011

Politiche di conciliazione

di Lorenza Rebuzzini
Ricercatrice del Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia e
Consulente progetti conciliazione famiglia e lavoro

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo che è apparso nel mese di luglio su "Cronache e Opinioni".

Sappiamo che parlare di lavoro oggi in Italia non è facile, e forse può sembrare velleitario parlare di conciliazione lavoro-famiglia quando dovrebbero essere ben altri (disoccupazione, precarietà, bassi salari, lavoro nero) i temi e le emergenze da affrontare. Questa appena presentata è, tuttavia un'argomentazione fallace: il tema della conciliazione famiglia-lavoro intercetta in realtà molti dei nodi cruciali che oggi famiglie e aziende si trovano ad affrontare sul tema del lavoro, della sua organizzazione, di quali saranno gli sviluppi del lavoro nel futuro prossimo. In un recente documento (Aprile 2011) l'OCSE - Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico - compie un passaggio perfino ulteriore: le politiche di conciliazione famiglia-lavoro sono considerate uno strumento indispensabile delle politiche familiari, centrali non solo per il benessere delle famiglie, ma per la sostenibilità stessa del sistema economico e sociale europeo, messo in crisi sia dal calo demografico costante, sia dall'altrettanto costante invecchiamento della popolazione.

Proprio l'OCSE ha proposto una valutazione delle politiche familiari seguendo tra parametri: tasso di natalità, tasso di occupazione femminile, tasso di povertà infantile.
Tre parametri correlati tra loro: il lavoro delle donne sembra infatti costituire sia un fattore che sostiene la natalità (nei Paesi dove il tasso di occupazione è più alto, anche il tasso di natalità è maggiore) sia un fattore protettivo nei confronti della povertà infantile (quando due genitori lavorano è meno probabile che entrambi perdano il lavoro, entrando così in una spirale di povertà; inoltre anche le prime esperienze di microcredito dimostrano come il reddito delle madri costituisca fattore di protezione e possibilità di istruzione per i figli).

Lo sforzo culturale da compiere va dunque in una duplice direzione.
In primo luogo è necessario avviare politiche di conciliazione famiglia-lavoro (e non politiche per la parità di genere). Va cioè riconosciuto che i carichi di cura sono familiari, pertinenti cioè sia ai padri sia alle madri; anche se, sostanzialmente, per molteplici motivi, le donne continueranno ad assumersi la maggior parte del carico di cura familiare, riconoscere la famiglia come stakeholder delle politiche di conciliazione premette di considerare come prioritario il sistema di relazioni di cura familiare.
In secondo luogo l'implementazione di politiche aziendali di conciliazione famiglia ha un vasto impatto sulla cultura organizzativa e sulla gestione del personale.

La flessibilità contrattuale può diventare un reale strumento di conciliazione nel momento in cui implica anche fattualmente una flessibilità oraria e una libertà "logistica" che (in questo momento) i contratti di lavoro subordinato non permettono.

giovedì 3 novembre 2011

Politica ed economia: da che parte stanno gli scout?

Consiglio nazionale AGESCI
Roma, 9 ottobre 2011

Su consenso dall'Agesci e segnalazione dell'Istituto Regionale di Studi sociali e politici “A. De Gasperi” - Bologna, pubblichiamo questa dichiarazione di disponibilità a sostenere "l'impegno personale, diretto, responsabile, disinteressato e coerente" dei propri aderenti per una "politica buona". Esso giunge dagli educatori scout dell'Agesci con un documento intitolato "Politica ed economia. Da che parte stanno gli scout?".
Afferma l'Istituto, "Noi guarderemo a queste cose con lo spirito di sempre: autonomia dei laici credenti (specie in politica), rischio personale e pluralismo delle relative opzioni; desiderio attivo di una cultura e di una politica che contrastino il liberismo individualistico degli ultimi decenni e ricostruiscano i soggetti partitici sani di una vera democrazia dell'alternanza".

Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale il nostro Paese si trova ad affrontare il rischio di un repentino impoverimento di massa, di uno stravolgimento delle opportunità di realizzazione professionale, di una caduta di credibilità all'estero.
Noi, educatori scout dell’Agesci, impegnati da diversi decenni nella formazione integrale delle giovani generazioni di questo Paese, ci sentiamo chiamati ad adoperarci per il cambiamento della politica e dell'economia. Sentiamo di doverlo fare perché dobbiamo essere educatori credibili che parlano anzitutto con il loro esempio.
Sentiamo di dover testimoniare che una politica buona e diversa ed un'economia buona e diversa sono possibili e che per esse è bene lottare.
La politica buona è quella vissuta con spirito di servizio, fondata sulla gratuità, sull’onestà personale, sulla sobrietà e onorabilità dello stile di vita, sulla ricerca costante del bene comune e quindi sulla capacità e sul coraggio di proporre scelte talvolta difficili ed anche impopolari, che possono prevedere sacrifici, specie per chi possiede di più.
Una politica buona è fondata oltre che su contenuti e programmi di qualità, anche, sul limite etico ed estetico che pone un freno alla violenza del linguaggio, all’abbrutimento delle parole, all’aggressione finalizzata all’affermazione di sé e delle proprie idee.
Un'economia buona è fondata sul lavoro e non sulla finanza per la finanza, sui principi della trasparenza e della responsabilità, è orientata a favorire uno sviluppo diffuso ed equilibrato, è governata da regole eque e chiare, è promossa per il miglioramento reale delle condizioni di vita della collettività e non per il miraggio di un arricchimento facile ed immediato. Un’economia buona è fondata su un limite sociale, ambientale ed economico all'avidità ed all’accumulo sfrenato di patrimoni.
La sintesi della nostra proposta educativa sta – da oltre cento anni – nel motto: ”Estote Parati”, Siate Pronti!


domenica 23 ottobre 2011

Scout: al passo con i tempi

di Romano Nicolini

Dal 27 luglio al 7 agosto 2011 si è svolto a Rinkaby, in Svezia, il 22° Jamboree mondiale dello scoutismo. La parola jamboree viene dall'inglese: jam, marmellata. Quando il fondatore Baden Powell (detto BP) lo indisse per la prima volta nel 1920, gli diede questo appellativo poiché, affermò, «deve essere come una marmellata di ragazzi che si ritrovano in allegria».
La sua fu un'intuizione profetica poiché in quel momento stava montando la marea mefitica del razzismo: chiedere di fraternizzare a ragazzi di tutte le razze, nel periodo storico in cui l'impero britannico trionfava su ogni fronte, era davvero una scelta coraggiosa. Aiutato dalla fede (era figlio di un pastore anglicano), Baden Powell ebbe un coraggio veramente unico. Da quella volta i Jamborees si sono susseguiti con ritmo costante ogni quattro anni: in ogni adunata (l'ho visto di persona) sono caduti steccati e barriere: fra bianchi e neri sudafricani, tra musulmani ed ebrei, tra indiani e pakistani... Un vero trionfo!
Lo scoutismo cattolico. A motivo della sua origine protestante e per il timore di una visione panteista della realtà, dapprima lo scoutismo fu visto con diffidenza nel mondo cattolico. Stranamente, i più fieri sostenitori della sua scelta metodologica portata avanti da educatori non-chierici furono proprio i sacerdoti che sostennero il fondatore, il conte Mario di Carpegna (1856-1924). Il cardinale Bagnasco è stato assistente ecclesiastico scout per la regione Liguria: si inserisce nella lunga lista dei porporati amici come, per esempio, il cardinale Pignedoli, Baggio, ecc. E poi le cose si sono chiarite: l'immersione nella natura non era vista come una dispersione dei valori, ma come un aggancio alle radici della fede: Gesù non appare mai distaccato dal vissuto esistenziale del suo popolo.
Oggi la collaborazione fra Chiesa cattolica e Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani) e Fse (Federazione scout d'Europa: riconosciuti dalla Cei nel 1998) è del tutto consolidata e tranquilla. L'unica remora è talora, per noi preti, la metodologia "scautese" che rimane ostica e che non sempre è facilmente comprensibile: Co.Ca. (Comunità Capi), Branca L/C (Lupetti-Coccinelle: 8-11 anni), Branca G/E (Guide- Esploratori: 12-15 anni), Noviziato (16 anni), Branca R/S (Clan: 17-21 anni), Partenza, ecc. Se si aggiunge una sorta d'incomunicabilità dovuta all'uniforme, ai termini stranieri, alla voglia di evadere... non sempre i rapporti fra parrocchia e gruppo scout sono idilliaci.
L'immersione nella natura
non era vista come una dispersione dei valori,
ma come un aggancio alle radici della fede.
Tuttavia... vale la pena investire molte energie nello scoutismo. Questi i motivi:
1. È un metodo attivo che riesce a trattenere i giovani proprio quando la nostra catechesi è più affannata: si pensi al dopo-cresima.
2. È un metodo educativo che si rivolge alla globalità della persona. Uno dei motivi delle crisi familiari è da ricercare anche nell'insofferenza nei confronti del sacrificio. Nello scoutismo i momenti duri abbondano, se non altro quando i ragazzi devono costruire una città-di-tende ogni volta che campeggiano.
3. La catechesi torna ad essere risonanza di qualcosa che si vive: katàechein, fare eco, risuonare. Esempi: una veglia sulla spiaggia dopo aver letto la chiamata degli apostoli; la tempesta sedata mentre si rema davvero su una barca; il cibo cotto e mangiato dopo aver riflettuto sulla cena di Betania; l'invito ad Abramo di contare le stelle mentre si è distesi su un prato nel bosco più buio; la sollecitazione di Gesù a imparare dagli uccelli del cielo mentre si è raccolti in silenzio nel fitto degli alberi; Elia che resiste alla sete nel deserto mentre si cammina in una zona desolata; il brano in cui Gesù dichiara di non avere una pietra dove posare il capo quando si arriva a un certo punto e non si sa dove fermarsi...
4. Il raccordo con la parrocchia (punctum dolens in molti casi) non è impossibile: basta concordare con anticipo le modalità e non pretendere una disponibilità estemporanea. Oggi la vita di tutti, ragazzi e adulti, è programmata quasi al minuto: non è corretto inventare impegni subitanei in nome di una disponibilità offerta e talora meritata.
5. Un cenno sugli adulti. Quasi sempre, dopo la Partenza (21 anni) gli scouts mettono a disposizione le loro capacità sia in campo educativo (oratorio, catechismo, scoutismo) sia in ambito sociale (quartieri, partiti, associazioni). Generalmente chi proviene dallo scoutismo dà di sé una buona prova di affidabilità. In ogni caso, se si dà avvio anche alla metodologia Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani), abbastanza spesso i genitori rispondono positivamente e prendono gusto a sperimentare su di sé lo scoutismo fino al punto di chiedere di dare la Promessa scout e farsi carico gioioso del motto ufficiale, che è: "Servire".
Don Romano Nicolini
Conclusione: Dopo 45 anni ininterrotti di servizio come assistente ecclesiastico nello scoutismo, posso dire con soddisfazione di aver trovato un metodo che mi ha aiutato a vivere con entusiasmo il mio sacerdozio e mi ha permesso di vedere molti frutti.



Commento di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni
Ringrazio di cuore Don Romano per aver condiviso una sintesi e proposta di un'intera vita da scout.
Il metodo scout, orientato a fare delle cose buone e giuste, educa contemporaneamente se stessi formando la persona a prendere con serietà e consapevolezza la vita e le scelte delle proprie azioni.
Poche righe quelle di Romano ma essenziali perché veramente permettono di andare al cuore dell'esperienza, e se l'esperienza non è comunicabile nel suo essere, tale non sarebbe. Non è il fare esperienza che forma l'uomo, ma l'essenza di esse ricondotte all'unità della coscienza di esse stesse, ovvero a come ci si pone davanti alla realtà: accettandola o negandola. Dalla prima scelta ne discendono due conseguenze: o l'adeguarsi al mondo diventando o servi o padroni, oppure esser protagonisti con gli altri. Nella seconda scelta il risultati sono o l'utopia irraggiungibile o la maledizione di tutto quello che accade. Nelle parole dell'articolo di Don Romano ci siamo dentro tutti ed è un articolo che ci insegna a vedere come un granello può germogliare divenendo un albero robusto ed enorme quale è tutto lo scoutismo, addirittura anche con chi crede di non credere o di altre religioni. Si vede come è cambiata la percezione all'esterno di quell'esperienza anticipando o riconducendo ad elementi essenziali la fede stessa che sgorga da un incontro con una persona e non da una ripetizione di atti esterni. Lungo questa storia dello scoutismo così amabilmente tracciata, si riscontra una proposta formidabile per una formazione permanente che vada oltre la partenza, senza ridurne in nulla il significato profondo, ma al tempo stesso offrendo il sostegno necessario al discernimento e un gruppo necessario a non esser tanti singoli che poi si lasciano vincere dal mondo. Itinerari formativi comunitari dopo la partenza, contiene in sé una proposta generativa di uno scoutismo che prende coscienza di se stesso e impara dai propri limiti, e inoltre rimanda alla quotidianità di un impegno per tutta la vita ma dentro ogni giorno, come lo è l'eucarestia: mai semplice ricordo con nostalgia di momenti intensi, ma esperienza che si rende presente, si rinnova e si comunica ogni volta generando la Chiesa, popolo di Dio in cammino, Corpo di Cristo, ma anche che necessita di essa stessa. Troviamo questa stessa interdipendenza fra l’Eucarestia e la Chiesa nella Didachè o Dottrina dei dodici apostoli verso la fine del I secolo: “Come questo pane spezzato era disperso sui monti e, raccolto, è diventato uno, così la tua Chiesa sia raccolta dalle estremità della terra nel tuo Regno”. Giovanni Paolo II ha riconosciuto nella sua enciclica pienamente che l’Eucarestia edifica la Chiesa. “Possiamo dire che non soltanto ciascuno di noi riceve Cristo, ma che anche Cristo riceve ciascuno di noi. Egli stringe la sua amicizia con noi". “Da ciò ne consegue che la Chiesa deve costantemente conformarsi all’Eucarestia e al suo senso più essenziale – che è il sacrificio di Cristo – più che l’Eucarestia conformarsi alla Chiesa. Le due cose, chiaramente, non si oppongono, ma stabilire la precedenza di un aspetto sull’altro è, soprattutto in questo caso e nel nostro tempo, di importanza vitale”. "Nondimeno la Liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù" (Sacrosantum Concilium, 10). Giuseppe Dossetti affermava di "non celebrare, ma vivere", che tradotto significa celebrare Cristo ogni giorno con tutta la vita, vivendo intensamente questa vita che ci viene incontro, affinché il Volto di Cristo sia formato in noi.

Commento di Gabriele Paganelli
Responsabile Area Famiglia e Educazione Associazione Centro Studi Nuove Generazioni
Bravo il nostro don Romano: un articolo chiaro, semplice che fa bene il punto sulle ricchezze che ha offerto alla società prevalentemente razzista di quei tempi e quindi sulle difficoltà incontrate storicamente nell’affermazione dello scoutismo all’interno della Chiesa cattolica, poi prende in considerazione la validità del metodo educativo, e ritorna sulla fatica di convivere in modo fecondo ed accogliente all’interno della parrocchia. Poi si illumina nel finale evidenziando le concrete possibilità di germogliare vita a partire dallo scoutismo. Una nota al riferimento di don Romano al sacrificio: è centrale un’educazione al sacrificio e condivido la difficoltà a proporlo a partire dall’ambito familiare, dove, il padre, che sarebbe intrinsecamente deputato a questo tipo di educazione, non ne è spesso all’altezza, perché fa fatica lui stesso a proporsela per sé. Ma su questo punto mi propongo di tornare fra qualche giorno, quando parlerò di "Cosa tiene accese le stelle" di Mario Calabresi. Tornando al tema principale, in particolare vorrei concentrarmi sui motivi.
Trovo un intelligente elemento catalizzatore, che attira, coinvolgendo profondamente i ragazzi in un percorso educativamente ben strutturato e non improvvisato oltre alla cresima: decisamente un successo che, come osservava opportunamente don Romano, è piuttosto infrequente presso le altre proposte educative e formative. Una preponderante fetta di partecipazione infatti viene a mancare, sono la maggioranza i ragazzi che preferiscono non proseguire perché probabilmente non vedono nella comunità educante un valido aiuto e un efficace riferimento o, più semplicemente, non sono allenati a ricercare bellezza, a quella sete di verità, di felicità, che li motiva a cercare Colui che quella sete riesce a soddisfare. Non che l’insistenza da parte dello scoutismo su questo punto sia evidente e precipua, però trovo che la forza di questo movimento risieda nella spinta verso l’operosità, la scoperta, l’esplorazione (è questo il significato del termine scout), la conoscenza attraverso l’azione, attraverso l’esperienza attiva, e quindi quello scout è un metodo attivo che tende a sviluppare la fiducia e l’autostima del ragazzo incoraggiandone la scoperta delle proprie risorse e dei propri limiti, stimolandone quindi l’intraprendenza. E’ un’educazione al viaggio (in senso letterale e metaforico), alla trasformazione della coscienza, infatti una delle parole chiave per definire questo percorso è strada. In modo particolare poi è da sottolineare l’attenta programmazione (mai rigidamente definita, ma pur sempre flessibile a seconda dei ragazzi che partecipano!) che viene pensata da adulti educatori che hanno a cuore la crescita non solo spirituale, ma anche fisica/sportiva, socio-relazionale (che significa anche una particolare attenzione al tuo compagno di sestiglia, di squadriglia, di clan…), pratica (nel senso di una sorta di educazione al lavoro manuale e questa comprende anche un’attenzione ai materiali a disposizione, alle risorse ambientali; inoltre c’è il messaggio fondamentale che se vuoi ottenere qualcosa devi lavorare, fare fatica, usare il tuo ingegno e i tuoi talenti), un’educazione alla responsabilità verso i più piccoli (attraverso il sistema adottato in reparto in cui bambini più grandi vengono educati ad avere uno sguardo più attento verso i più piccoli), un’educazione alla gratitudine e alla sensibilità più spiccata verso i doni che Dio ci elargisce attraverso lo stupore della natura (non soltanto limitata ai giorni del campeggio o della route), una valorizzazione dei rapporti umani anche con persone estranee, anzi, di più, direi una vera e propria simpatia verso il prossimo (sto pensando a quei momenti che la vita immersi nella natura, quasi all’avventura, possa portare più facilmente a relazionarsi con persone presenti nel luogo in cui ti trovi, anche fosse soltanto per chiedere un’indicazione), un’educazione alla fatica e alla condivisione della fatica durante le camminate, un educazione al servizio, che si concretizza nell’offrire tempo, energia, sudore, passione per qualcuno, bambino, anziano, sofferente o gaudente che sia…
Una nota particolare la vorrei spendere sul punto fede, sulla spiritualità. Trovo davvero interessante il tipo di catechesi che viene proposta, che trovo di immediata accoglienza, ricca di riferimenti presenti, vivi, attuali e facilmente incarnabili. Il grande pericolo di oggi per la fede è che essa rimanga un’esperienza di tipo sentimentale, passeggera, emozionale, un’adesione di cuore: mi piace credere, mi sento di credere, oggi mi va, ma sì facciamo che esista, almeno per ora… e via di questo andazzo. Ora Uno che ha dato la vita al posto mio, Uno che ha perso la testa e il sangue per me, per me così fragile e peccatore, non è che oggi c’è e mi abbraccia e domani chissà… Non ci abbandona ed è fedele nel suo amore misericordioso. Tutti i movimenti nel comunicare la fede ai giovani hanno particolare attenzione su questo punto e però esistono movimenti – gli scout non sono fra questi – che esasperano l’emozionalità come approccio privilegiato alla fede. Il fatto che oggi il principio di piacere domini sul principio di realtà non è una buona scusa per non credere che ognuno di noi è vivo con un cuore certo, ma anche con una testa certa. E quindi entra in gioco la questione della ragionevolezza nell’esperienza di fede, ragionevolezza che costituisce un aspetto determinante. Se non ritenevano ragionevole credere i primi cristiani perché mai avrebbero scelto di farsi ammazzare? Per un Dio imprevedibile e distante? La ragionevolezza consisteva nel fatto che vedevano compiersi in Gesù l’attesa che li animava nelle loro faccende quotidiane. Cosa attendevano? Cosa cercavano, desideravano? Desideravano dei rapporti incentrati sulla lealtà, desideravano vivere nella verità invece che nella falsità, desideravano l’esperienza del perdono invece che della vendetta, desideravano un gesto di amore e gratuità invece che indifferenza, egoismo, desideravano cordialità e gratitudine invece che viltà. Tutto questo era per loro una vita auspicabile, desiderabile e quindi era ragionevole affermare l’adesione a questo regno, così ragionevole e così corrispondente alla loro sete di felicità che arrivavano a dare la vita. Pur di affermare che a queste beatitudini Gesù li aveva chiamati, pur di rimanere fedeli a questa chiamata di felicità, pur di testimoniare la fede in un Dio così infinitamente bello erano disposti a lasciarsi ammazzare.
E’ a questa fede che anche lo scoutismo chiama, è a questa fede che lo scoutismo, essendo realtà ecclesiale, tiene e vuole proporre e quindi ci credo bene che don Romano ha visto molti frutti in questa… strada e che vale la pena investire nello scoutismo!

Commento di Gabriele Bernabini
Associazione Centro Studi Nuove Generazioni
È sempre bello vedere come a volte trovi le parole, per esprimere che ciò che stai facendo è buono. Don Romano ha esplicitato uno dei tanti aspetti per cui lo è lo scoutismo, perché oltre al lato educativo ha dei risvolti incontrovertibili e difficilmente non condivisibili sulla società, per la quale risulta una proposta sempre costruttiva e mai distruttiva.
In realtà non ho capito molto bene che taglio della discussione sugli scout, nel senso di: vogliamo parlare dell'effetto che ha sui giovani? Oppure per il valore che ha oggi l'associazione? Di come la proposta ha una vocazione strutturale per aiutare le situazioni disagiate? Piuttosto che del valore che ha come comunità di riferimento localmente radicata?
Gli spunti sono molteplici, basta capire in che direzione vogliamo parlare della cosa, dalla Fede come ha sottolineato Tiger, al valore dello stare assieme.
Ovviamente Gabri non posso che condividere la relazione che hai fatto, e per la quale ti ringrazio: molto equilibrata come osservatore esterno, ma che approfondisce correttamente nel merito. L'interpretazione è quella giusta, di un associazionismo che include, e non esclusivo, come è stata per me fino ad ora l'esperienza di essere orgogliosamente uno scout, per ciò che comporta, e non solo per l'attenzione alla signora che non riesce ad attraversare la strada. Come il mercatino ha reso possibile una relativamente piccola sinergia ed incontro, sarebbe una cosa veramente avanti intraprendere un percorso per unire tutti i movimenti sotto l'unica Fede che li unirebbe, un percorso che crei le relazioni tra i giovani che ne fanno parte, perché sono presente e futuro dell'associazionismo.
Manca purtroppo la consapevolezza dei membri che ne fanno parte, perché presuppone un'alta visione non solo del tuo agire, ma di te come parte attiva di un'associazione che vive nella città e che quindi con le sue scelte fa o meno una cosa... è un gradino che non molti raggiungono, o perché non vivono fino in fondo ciò che gli viene proposto, e non secondariamente, perché le associazioni non pensano certo a promuovere ciò, almeno non direttamente, quindi se la vita associativa non include percorsi di incontro con le altre realtà associative (altre esperienze di vita nella propria città, condivisioni, spunti per agire, relazioni interpersonali), il percorso dev'essere stimolato dall'esterno.

domenica 5 giugno 2011

La famiglia e i nuovi media

di Isabella Rinaldi

Scopriamo, con la forza dell’evidenza, che non solo è possibile un’altra comunicazione, cioè un uso dei media più attento ai valori dell’uomo, ma che i media stessi sono quasi geneticamente fatti per rendere gli uomini più uniti e migliori”.
(Nedo Pozzi coordinatore di NetOne)

Il dio digitale arriva ormai ovunque e non c’è verso di salvarsi dalla sua espansione. Sempre più ci si chiede come abbiamo fatto a fare senza determinati strumenti fino ad ora. Siamo passati dalla sparuta presenza di qualche telefono alla presenza di uno o due cellulari nelle borse e nelle tasche della maggior parte delle persone. La Rivoluzione Digitale invade direttamente o indirettamente ogni campo dell’agire umano.
IL PRIMO MEZZO DI TRASMISSIONE, IL PIU’ VALIDO, SIAMO NOI STESSI: NON SOLO COMUNICARE, MA DARSI NELLA COMUNICAZIONE.





L’era digitale e la sua valenza antropologica: i nativi digitali
di Tonino Cantelmi
Professore di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, LUMSA – Roma
Professore di Psicopatologia, Università Gregoriana – Roma

Che cosa è la vita reale?
Un’altra finestra aperta sul mio desktop!


1. Introduzione: la Rete delle Reti ed il suo impietoso fascino sulla mente umana

Il fascino impietoso e seduttivo di Internet non sembra lasciar scampo: la Rete delle Reti è ora demonizzata ed assimilata ad un invincibile mostro divorante, ora invece esaltata e beatificata per le sue immense potenzialità. No, non c’è dubbio, la Rete delle Reti rappresenta comunque la vera, straordinaria novità del III millennio: presto gran parte dell’umanità sarà in Rete. Stiamo assistendo dunque ad un cambiamento radicale e siamo forse di fronte ad un passaggio evolutivo. L’uomo del terzo millennio, in altri termini, sarà diverso: la mente in Internet produrrà eventi e cambiamenti che non potremo ignorare.
Tuttavia Internet è solo uno dei tanti cambiamenti indotti dalla rivoluzione digitale, la cui tecnologia non può essere semplicemente interpretata come “strumenti”: la rivoluzione digitale è tale perché la tecnologia è divenuta un ambiente da abitare, una estensione della mente umana, un mondo che si intreccia con il mondo reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali dell’esperienza, capace di rideterminare la costruzione dell’identità e delle relazioni, nonchè il vissuto dell’esperire.
Come per ogni innovazione tecnologica, accanto agli iniziali entusiasmi giustificati dalle enormi potenzialità di questo media, sempre più specialisti si sono interrogati sui rischi psicopatologici connessi all’uso e soprattutto all’abuso della Rete. In particolare si è ipotizzata l’esistenza di una forma di dipendenza dalla Rete, definita IAD: Internet Addiction Disorder. In realtà non dovremmo trascurare il fatto che tutto nacque per un fantastico scherzo planetario: uno psichiatra americano fece girare in Rete i criteri diagnostici per la dipendenza da Internet, mutuati dal DSM IV. Come spesso succede in Rete, la fantasia fu superata dalla realtà, sia pure virtuale: la dipendenza divenne un argomento straordinariamente attuale. Dibattuta, demonizzata, esaltata: la Rete non colse la differenza fra realtà e scherzo. Altra beffa clamorosa fu l'invenzione di gruppi on line di auto-aiuto per retomani. L’Internet Addiction Disorder, quella vera e non la beffa, divenne un fenomeno noto al di fuori della Rete quando nel 1996 la dottoressa statunitense Kimberly Young, dell’Università di Pittsburg, pubblicò la ricerca “Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder” (1996), relativa allo studio di un campione di soggetti dipendenti dalla Rete. Da allora ad oggi sulla stampa vengono continuamente riportate le vicissitudini dei soggetti affetti da questa nuova patologia. Anche le ricerche che ho presentato in Italia dal 1998 hanno avuto una eco sorprendente sulla stampa, amplificata dalle TV e dalle radio...

2. La tecnomediazione della relazione nell’epoca della modernità liquida
3. La crisi dell’identità nella società postmoderna e la tecnologia digitale
4. Predigitali, generazione di mezzo, nativi digitali: il silenzio degli adulti e la sfida educativa
5. Chiesa e byte
6. Quale sarà il futuro prossimo venturo?

venerdì 3 giugno 2011

Tagesmutter: una risposta concreta e necessaria ad un contesto di emergenze

di Gabriele Paganelli
Responsabile Area Famiglia e Educazione
Associazione Centro Studi Nuove Generazioni


Il compito di aver cura della famiglia in quanto soggetto sociale e di sostenerla nella sua responsabilità educativa rappresenta una delle grandi sfide del tempo presente, in un contesto che sembra mettere in crisi la sua realtà, i suoi tempi di vita, i suoi compiti.

Indice
- LA RELAZIONE PRIMARIA
- LA FAMIGLIA, UN BENE RELAZIONALE
- CONCILIAZIONE FAMIGLIA-LAVORO
- UNA PROPOSTA CONCRETA: TAGESMUTTER, INTEGRAZIONE SUSSIDIARIA AI SERVIZI TRADIZIONALI
- IL PROGETTO PEDAGOGICO


martedì 31 maggio 2011

Se la scuola va in crisi

di Gabriele Paganelli
Responsabile Area Famiglia e Educazione
Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Oggi l’educazione scolastica è considerata solo uno strumento per favorire lo sviluppo economico e privilegia la trasmissione di conoscenze direttamente spendibili sul mercato. Per formare cittadini democratici in grado di migliorare il mondo presente, al contrario, bisognerebbe costruire un sapere critico, incentivare la conoscenza dei diversi gruppi umani e stimolare la capacità di mettersi nei panni degli altri.

venerdì 29 aprile 2011

Chi educa chi?
Ovvero giovani specchio della nostra società

a cura di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Questa è la domanda che affligge ognuno di noi a partire da se stessi. Si può far finta di niente invece di conoscersi per educare. Ma l’occhio vuol vedere e non solo guardare, l’orecchio vuole ascoltare e non solo sentire, il piede vuole camminare e la mano prendere e non solo muoversi. Anche il cuore vuole amare e credere e lo spirito pensare, anche a costo che l’oggetto sia il nulla, di dare la parvenza di far niente, di rendere normale l’ordinario che è invece straordinario. Educare è divenuto un verbo accantonato dall’invenzione dei miti proposti dalla società. Sta diventando normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta, come se non ci fosse nessuna implicita domanda da educare. Ma se non sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove andiamo e il senso di quello che facciamo.

Ci alziamo la mattina, ma già quell’atto ha un suo scopo. La vita che comincia, ogni vita, ha il suo scopo, giorno dopo giorno, e si protende allo scopo ultimo. L’io, il nostro io è il crocevia tra l’essere e il nulla. Non scegliere è già una scelta, non aiutare a scegliere è anch’essa già una scelta che ha sempre le sue ripercussioni a partire da se stessi. Io sono educato ed educo, tu educhi e sei educato, egli educa, la famiglia educa e si educa, la scuola istruisce ma educa, il lavoro e la chiesa educano, il sindacato contratta ma educa, le imprese e le associazioni educano, la politica e la società si dovrebbero educare ed educano, Dio educa il suo popolo di persone. E invece è stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere. Se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l’arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. L’istruzione e la formazione permanente sono un diritto, ma l’educazione è un dovere. Infatti non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro. Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di  una generazione di adulti di educare i propri figli e di educarsi. E’ necessario ricomprendere il significato e la portata di questa vera e propria sfida. Perderla significa decostruire la propria identità, assolutizzare se stessi e cosificare gli altri. Questo vale sia per i giovani che per gli adulti, perché è la persona in quanto tale, nelle sue relazioni, che diviene generatrice di popolo, e quindi di storia. Questa emergenza non si affronta limitandosi a scaricare le colpe degli insuccessi vicendevolmente fra coloro che hanno responsabilità educative, né tanto meno avendo un atteggiamento rinunciatario. E’ necessaria invece la feconda prospettiva di un “patto educativo” non astratto né spontaneistico, che rispetti nelle differenze la missione affidata per una responsabilità che si condivide insieme, mettendo al centro di tutto l’unicità della persona verso cui tutti  gli attori e tutte le relazioni devono essere “sussidiarie”. Dice un proverbio africano: “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, ma anche per “far crescere” se stessi e per chi vuole “far crescere”. Formare le coscienze quindi non è impresa di poco conto, perché essa è il centro e il futuro della vita individuale e sociale. Consapevoli o no, nel bene  o nel male, comunque tutti quanti educhiamo attraverso le scelte che facciamo o come ci poniamo di fronte alle situazioni. 

Se famiglia, scuola e società non sono portatrici di valori sostenibili, formare le coscienze non rischia di essere una violazione delle stesse? L’adolescente, prima, il giovane e l’adulto poi, non hanno diritto a essere aiutati a costruire una propria coscienza critica? La nostra società a quale modello di uomo sta educando?

Lo spiega bene l’ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza del 2007, che ha per titolo “I figli padroni”. Questo Rapporto è curato da Eurispes e Telefono Azzurro all'interno del mondo scolastico coinvolgendo 52 istituti di ogni ordine e grado, in cui i bambini e i ragazzi hanno risposto a un questionario.


domenica 27 marzo 2011

Sport Integrazione

Segnaliamo che sabato 26 marzo a Rimini presso il Bar Ferrari, la Delegazione Provinciale di Rimini del Comitato Italiano Paralimpico, in collaborazione con il Comune di Rimini e oltre 60 classi degli istituti scolastici riminesi, ha presentato il progetto scuola “Sport Integrazione”, un importante progetto di sport finalizzato all’integrazione e rivolto alle classi che hanno all’interno bambini con disabilità.
Visto l'interessamento dell'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni verso queste tematiche, per l'alto valore educativo che lo sport ha nell'aiutare a integrare i genitori col figlio, i compagni di classe con l'amico, il bimbo disabile col resto del suo mondo, e con l'intenzione di sostenere nel futuro progetti/iniziative in questa direzione, riportiamo un piccolo resoconto dell'incontro.

Sono intervenuti:
Samuele Zerbini - Assessore Politiche Educative e Scolastiche Comune di Rimini
Emanuele Pagnini - Delegato Provincia di Rimini Comitato Paralimpico Italiano
Melissa Milani - Giunta Nazionale Comitato Paralimpico Italiano Commissione Scuola
Luana Ugolini - Delegata Scuola CIP Provincia di Rimini

Il progetto nasce dal Comitato Paralimpico Italiano, e il Comune di Rimini lo ha sposato in toto. Si tratta di offrire alle classi delle scuole partecipanti 10 ore di attività fisica con esperti del CIP, legati a discipline che valorizzino i disabili presenti, e permettano a tutti di giocare o esercitarsi allo stesso modo. Vuol dire che per dieci ore le attività saranno tutte a "misura di tutti i bambini", rendendo tutti protagonisti e nessuno escluso.

Samuele Zerbini: "Si tratta di un progetto nel quale credo molto, perché ci sono le "barriere architettoniche mentali" da abbattere. Abbiamo deciso di finanziare per la nostra quota tutte le scuole riminesi che ne avessero fatto richiesta: su 64 classi totali in Provincia, a Rimini ce ne sono ben 54 che hanno deciso di partecipare al progetto. Nel futuro mi piacerebbe potenziarla di più, aumentando le classi e aggiungendo anche altre iniziative."

Emanuele Pagnini: "E'un progetto a cui teniamo, perchè permette di offrire attività a tutti: partito due anni fa con due classi, l'anno scorso hanno partecipato 24 classi, e quest'anno l'esplosione con 64 classi. Lo sport diventa così il mezzo per l'integrazione, non solo immaginata ma concreta. Ciascuno ha il suo ruolo, ciascuno è fondamentale che ci sia non è più solo uno slogan, ma una verità evidente."

Luana Ugolini "Gli sport vengono adattati alla particolare situazione di ogni classe: qualsiasi attività diventa così l'occasione in cui ogni bambino o ragazzo può essere protagonista."

Melissa Milani "Porto anche il saluto del Presidente Nazionale. Ho visto nascere questo progetto, che è diventato il fiore all'occhiello dell'Associazione. Per questo sono molto contenta, e ringrazio l'Assessore Zerbini ed il Comune di Rimini senza il quale non avremmo potuto raggiungere questi numeri."

Foto dal servizio de La Voce (anche Carlino e Corriere hanno pubblicato la notizia)

domenica 27 febbraio 2011

L’uomo: la meravigliosa creatura

di Enrico Strocchi

La scienza e la tecnica hanno fatto passi da gigante negli ultimi 100 anni e molte sono le conquiste che ci affascinano e di cui possiamo andare fieri; pensiamo solo all’evoluzione dei mezzi di trasporto, dalle prime automobili e dai primi arerei alle automobili attuali, ai treni ad alta velocità, ai jet supersonici e alla possibilità di voli nello spazio. Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione dal telegrafo alla telefonia mobile, ai videotelefoni, a internet… Siamo giustamente colpiti dalle meraviglie che ci circondano, ma spesso trascuriamo di considerare quella “enorme meraviglia” che è il nostro corpo; ci ricordiamo di lui solo quando qualche cosa non va (il cuore, il fegato, l’intestino, ecc..), mentre quando tutto funziona “a meraviglia” consideriamo la cosa “normale” e ce ne dimentichiamo.

Clicca qui per scaricare l'articolo completo

Educare alla pienezza della vita
di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Ringrazio Enrico Stocchi per le pagine che ci ha inviato e che sono piene zeppe di stupore di fronte alla vita. C'è un un brano tratto dalla Metafisica di Aristotele, che sostanzialmente spiega che la filosofia nasce dalla meraviglia (la meraviglia!), perché chi prova un senso di meraviglia riconosce di non sapere.
"Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia; mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo.
Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando c’era già pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. É evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa".
Lo stupore deriva anche da come si danno per acquisite convenzioni diffuse come convinzioni proprie senza saperle neanche fondare ed argomentare. Qui penso che lo stupore mi è suscitato anche dal fatto di trascurare che “Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita… che s’esprime nel porre a fondamento delle scelte concrete -a livello personale, familiare, sociale e internazionale- la giusta scala dei valori: il primato dell’essere sull’avere, della persona sulle cose.” (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 95-98, 1995)

A proposito vi mando questo contributo su "Educare alla pienezza della vita"

giovedì 6 gennaio 2011

Il fine e il compito dell’educazione

di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Cercasi un fine.
Bisogna che sia onesto. Grande.
Che non presupponga nel ragazzo null'altro che d'essere uomo.
Cioè che vada bene per credenti e atei...
Il fine giusto è dedicarsi al prossimo.
E in questo secolo come si vuole amare
se non con la politica o col sindacato o con la scuola?...
Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte”.
(Don Milani & la Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, pag. 94, LEF)

Chi educhiamo? Il protagonista centrale della relazione educativa, non il destinatario o l’utente, è colui che si educa, l’educando. Educhiamo la persona umana, un essere unico, irripetibile, concreto. Educhiamo alla formazione della persona umana nella sua totalità: “l’uomo dunque, ma l’uomo singolo e integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà” (Gaudium et Spes 3). L’educazione non è un contratto o una concessione, ma quel rapporto che consente il processo per la promozione e lo sviluppo della persona umana. Educare è il processo che normalmente fa essere l’uomo, cioè sviluppa, manifesta e fa emergere le capacità solo implicite alla nascita. Il termine educazione deriva dal latino educationis, che a sua volta deriva da educare (della stessa radice di ducere, cioè condurre, portare e seducere che significa condurre con sé) e che significa allevare, far crescere, nutrire sia fisicamente sia moralmente. Quindi ha chiare affinità con il verbo edocere (ossia insegnare, istruire, indicare, e al tempo stesso, dare modelli cui attenersi per poter imparare, si esplica nell’organizzazione di ciò che già è dato e non nella costruzione di ciò che ancora non c’è, ma che sarebbe desiderabile che ci fosse). Nel verbo italiano educare si fonde però anche con educere, ossia ex ducere, che significa in prima battuta portar via, portare oltre, poi anche tirare fuori, trarre fuori dall’uomo sia le potenzialità positive per sfruttarle ai fini del suo miglioramento, sia i difetti per liberarsene aiutando a superarli. Questi due verbi latini hanno la stessa radice ma esprimono due sensi diversi che non devono essere confusi. Educare vuol dire infatti “far emergere”, nonostante tutti i limiti legati all’esperienza di ciascuno di noi che non ne tolgono la validità. Questo è un punto su cui non possiamo non trovarci d’accordo, perché ogni ragazzo, ma anche l’adulto, ha bisogno di essere aiutato a scoprire e riscoprire il valore di se stesso, delle cose e della realtà. Se con “far crescere” si intende la conseguenza esterna del processo educativo, anche il significato di “trarre fuori” è limitante perché evidenzia soprattutto l’azione dell’educatore. Invece è proprio non sostituendosi alla persona educanda, che questa può essere educata a conoscere, ad accettare, a tirar fuori e costruire sé, entrando in rapporto con la realtà che la circonda. E la realtà è fatta di persone, di fatti, di eventi, del presente e del passato, di cui lo stesso presente è figlio, ma anche “genitore” del futuro. L’ideologia uccide la realtà, l’ipocrisia danneggia ed educe illusioni pericolose.

Si può, pertanto, sostenere che l’educazione contempli due particolari e differenziati modi d’essere del rapporto interpersonale, promosso dall’educatore nei confronti dell’educando. Anzitutto si provvede a che le condizioni adeguate siano poste affinché la crescita interiore ed esteriore del soggetto avvenga nel migliore contesto possibile, oggettivo e soggettivo. Ma è proprio attraverso e insieme a quest’azione che, ci si adopera soprattutto a un’opportuna pratica educativa per inverare ciò che già sussiste nell’educando. Così il soggetto sente promossa, secondo una determinata linea di sviluppo, la propria crescita globale ed è aiutato a trarre da se stesso ciò che è già presente. L’educazione è quella relazione che introduce alla verità di sé e alla realtà, nel senso che da una parte propone attraverso i principi ricevuti una visione del mondo necessaria affinché la persona sappia partire dalla stessa come un metro di paragone da cui misurare tutte le altre proposte o possibilità; dall’altra si mostra adeguata risposta a quel bisogno, propriamente umano, di trovare un significato unitario al reale che permetta di rispondere delle proprie scelte, pena l’indifferenza o peggio il cinismo.

L’azione educativa deve tener conto della realtà e deve essere in relazione all’oggetto che è il soggetto educando. L’educare non è né una convenienza né una convenzione, ma la profonda convinzione interiore dell’uomo che sin dalla nascita non si fa da sé, non nasce da sé e non nasce da solo, non può crescere da solo, non può vivere da solo. L’educabilità rimane una delle potenzialità fondamentali dell’umano e non può diventare routine e abitudine, pena l’estraniarsi da se stessi e distrarsi dall’altro. Non si può pretendere di educare gli altri senza, a sua volta, essere educati. Diceva John Wilmot conte di Rochester: “prima di sposarmi avevo sei teorie sul modo di educare i bambini. Oggi ho sei bambini e nessuna teoria”. Infatti se c’è qualcosa che si desidera cambiare negli altri, si deve prima esaminare bene e vedere se non è qualcosa che bisogna cambiare in noi stessi. Lasciarsi educare ed educare se stessi è la spinta iniziale della formazione di se stessi. E’ soprattutto compito personale che non si può demandare per formare persone solide, capaci di comunicare collaborando con gli altri per il vero bene e per dare un senso alla propria vita.

Clicca qui per scaricare l'articolo in PDF


Educazione: emergenze e risposte, dei singoli, degli enti e del sistema educativo
Riflessione di Luciano Corradini
Professore emerito nell’Università di Roma Tre e Presidente emerito dell’UCIIM

Pubblichiamo questo contributo che abbiamo ricevuto sul fine e il compito dell’educazione. Lieti dell'impegno di mobilitazione sulla tematica educativa come centrale per i prossimi dieci anni, si avverte però anche il rischio che le parole si logorino, che ci si limiti a ripetere il già noto, che non si riesca a fare passi avanti nella comprensione dei problemi e nella ricerca di soluzioni efficaci e convincenti. Contro questa stanchezza preventiva si deve combattere, con impegno di analisi delle difficoltà e dei risultati ottenuti, che non sono tutti negativi come ci sembra nei momenti neri. Bisogna pensarci e parlarne fra soci e colleghi, mettendo a confronto anche le nostre esperienze, con sincerità e con discrezione.



Maritain filosofo dell’educazione: verità e libertà
di Piero Viotto
già docente di pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano e Membro del comitato scientifico dell’Institut International Jacques Maritain

Pubblichiamo questo contributo alla riflessione di Piero Viotto, grati sia per i contenuti espressi, che per l'apporto che offre ad un'associazione Centro-Studi per l'umanesimo personalista quale la nostra.
Jacques Maritain (1882-1973) rappresenta per noi un riorientamento certo verso un umanesimo che s'ispira al Vangelo. Anche il tema educativo rientra in una pedagogia che sia un sapere di tipo filosofico e non una riduzione a sorta di psicologia o sociologia applicata. Il personalismo maritainiano viene presentato come una terza via; in realtà è una vera e propria via alternativa, che non ha nulla di mediano pur accogliendone le istanza positive. Esso risponde basicamente al nichilismo societario e al relativismo etico dominanti. Infatti, per quanto conservi il richiamo a certi valori liberali e socialisti (che poi, secondo Maritain, sono valori cristiani secolarizzati), va oltre l'individualismo borghese e il collettivismo marxista, e rifiuta con decisione il loro esito immanentistico e le varie forme di totalitarismo ideologico in cui sboccano, così come il realismo maritainiano dal punto di vista metafisico e noetico si caratterizza per un organico pluralismo, in base al quale si rispettano le articolazioni della realtà e i gradi del sapere, superando gli imperialismi di tipo ontologico e quelli di tipo empiriologico. Maritain risale alla posizione ontologica di San Tommaso per cui la legge naturale si fonda sull’essere e sulla realtà, ma figlio della modernità che valorizza il soggetto, pone l’accento sui diritti e doveri, e sulla loro conoscenza per connaturalità legata allo sviluppo della coscienza morale, che l’uomo deve esercitare per conoscere la legge naturale nei singoli contesti.
Con sano realismo – mentre era attivamente impegnato a favore della nascente carta dei diritti universali dell’uomo – Jacques Maritain sottolineava come l’accordo tra mondi culturali diversi può compiersi non tanto su basi teoretiche, quanto su una convergenza pratica capace di tutelare alcuni diritti fondamentali dell’uomo. Mounier in "Il Personalismo" affermava: “Se si vuole spiegare l’umanità, bisogna coglierla nel suo vivente operare e nella sua attività globale”. Tale richiamo ha carattere non specificamente confessionale ma etico, non propriamente religioso ma valoriale, mettendo in luce ciò che nella sua radice è motivato cristianamente ma nella sua espressione è aperto universalmente. Maritain consapevole che “mentre per secoli, i problemi cruciali per il pensiero religioso sono stati innanzitutto le grandi controversie teologiche sui dogmi della fede, questi problemi cruciali verteranno (ora) soprattutto sulla teologia e sulla filosofia politica”. Per egli “un atto, il minimo atto di vera bontà, è, per dire il vero, la migliore prova dell'esistenza di Dio”. La convergenza nella società può essere quindi concepita come punto di partenza e non come punto di arrivo ideologico. Quale attualità anche per l'oggi!
Viotto ci indica come anche dentro al tema educativo Maritain analizzi i rapporti tra persona e società e afferma che l’uomo non si esaurisce nel sociale, anche se è portato ad una comunione sociale: la società è per le persone e non le persone per la società. L’educazione va riconosciuta come relazione interpersonale e il bene comune non consiste allora solo in una redistribuzione del benessere materiale, ma soprattutto nell’edificazione di una società che favorisca la promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Per Maritain lo scopo ultimo dell’educazione non può quindi essere la preparazione professionale e nemmeno l’educazione sociale, ma proprio la formazione dell’uomo. Nel saggio "L’educazione e le umanità" scrive “propongo di chiamare umanità quelle discipline che fanno l’uomo più uomo, e coltivano nell’uomo la sua natura specificatamente umana poiché gli apportano i frutti spirituali e il risultati del lavoro di generazioni e riguardano cose che valgono per loro stesse, che val la pena di apprendere per amore della verità e della bellezza“. La Populorum Progressio lo spiega così : “Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più degli uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo di ritrovare sé stesso, assumendo i valori superiori d'amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione”.



Sul metodo e la spiritualità dello studio
Intervento di Luca Arcangeli
FUCI Rimini

Pubblichiamo questo intervento di Luca Arcangeli della Fuci che esplicita anche metodologicamente di come educare c'entri con l'essere appassionati al vero attraverso il reale e l'impegno personale. Abbiamo già detto di come educare e sedurre abbiano punti in comune e infatti Luca afferma che "sterile è la Verità che non viene cercata con amore appassionato, breve emozione è la Carità che non si fonda sul rispetto del vero".
Poi prende spunto da Bernard Lonergan di questo appassionarsi. Infatti questo autore afferma nella prefazione originaria del 1953 di Insight, ovvero Intellezione, che "L'auto-coscienza razionale è un picco sopra le nubi. Intelligente e ragionevole, responsabile e libera, scientifica e metafisica, essa si pone al di sopra della spontaneità romantica e delle profondità psicologiche, del determinismo storico e dell'ingegneria sociale, del soggetto esistenziale turbato e dei simboli indecifrati dell'artista e del modernista. Eppure se l'uomo può scalare la vetta del suo essere interiore, può anche mancare di rivolgere l'attenzione alla possibilità dell'ascesa o, ancora, può cominciare la salita solo per perdere la sua strada. Se allora egli conosce se stesso come è di fatto, non può conoscere più che l'essere stato gettato nel mondo per essere afflitto con domande a cui non risponde e con aspirazioni che non soddisfa. Infatti, è il paradosso dell'uomo che ciò che egli è per natura è molto meno di quanto possa divenire". Per questo invita ad appropriarsi. e di considerare in tutte le sue conseguenze, il focus interiore della propria intelligenza e ragionevolezza. Esso è intellezione che non evidenzia tanto l'aspetto della facoltà dell'intelligenza, quanto quello della dinamica del processo che implica vari atti a vari livelli per conoscere e per conoscere cosa è conoscere la propria intelligenza, la propria ragionevolezza, la propria libertà essenziale e limitatamente efficace. Apprendere il focus è "guadagnare intellezione nell'intellezione, squarciare le esposizioni esterne, verbali e concettuali della matematica, della scienza e del senso comune e penetrare il dinamismo interiore della ricerca intelligente e della riflessione critica".



Commento alle riflessioni di Luciano Corradini
Intervento di Gabriele Paganelli
Responsabile Area Famiglia e Educazione
Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Bello, davvero interessante e stimolante Carlo l'intervento di Luciano Corradini, professore che non conoscevo. Nella sua brevità, tocca senza sempre soffermarsi in profondità argomenti decisivi nell'attuale dibattito educativo. Inizio con una nota critica, che ho rintracciato nel primo paragrafo, La difficile e doverosa cura educativa per le antiche e nuove malattie dell'Italia, dove le suggestive e ricche immagini non permettono a mio parere di comprendere in modo sufficientemente chiaro quali siano le antiche e nuove malattie dell'Italia. Ha parlato di inquinamento dando per scontato il terreno sociale che facilita l'insorgere di queste malattie. Io avrei approfondito meglio questo punto, ma a parte questa personale ed opinabile osservazione, è davvero un ottimo lavoro, che condivido.
Nel paragrafo Discariche e inquinamento anche di tipo psicologico e culturale è efficace aver riportato la frase del Gorgia di Platone dove è chiara la differenza fra principio di piacere e principio di bene. Freud pensa che l'educazione deve tendere al passaggio da principio di piacere al principio di realtà, Giussani spiegando il metodo della scuola di comunità sottolinea la differenza fra corrispondenza e piacere...
Mi ha colpito in modo particolare il paragrafo Trasmettere, suscitare, voci del verbo educare, laddove viene messa in evidenza la differenza fra trasmettere e suscitare e il conseguente richiamo alla dimensione educativa dell'appello che sfida la libertà di colui/colei che viene educato/a. Questo appello chiama in causa evidentemente il Rischio educativo di don Giussani.
Nel paragrafo Dal disagio vissuto a quello conosciuto: sapere per impegnarsi si parla di cittadinanza sovrana, prezioso principio che ritengo particolarmente valido, che ricorda evidentemente la Scuola di Barbiana, che aveva in questa uno dei suoi maggiori caposaldi educativi. Più avanti, dove Corradini parla di spiritualità professionale, mi fa venire in mente una persona che ritengo emerga forte e si incarni questa dimensione di spiritualità. Si tratta di Alessandro D'Avenia, un insegnante di storia e filosofia in un liceo milanese. Ha scritto circa un anno fa anche un libro, Bianca come il latte, rossa come il sangue. Il libro è meraviglioso certamente, ma conosco D'Avenia anche per alcune incursioni nell'ambito di Cl e per alcune interviste lette. Cura poi un blog fatto molto bene, www.profduepuntozero.it, dove anche lì è rintracciabile in modo evidente questa spiritualità professionale. Se desiderate, vi consiglio caldamente di andare a scoprire questa ottima testimonianza di docente di scuola secondaria.


Per una «paideia» rivolta alla persona nella sua completezza
di Maurizio Schoepflin
Insegnante di Filosofia nei Licei, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare di Roma e la Pontificia Università Urbaniana

Pubblichiamo il seguente contributo sul tema educativo. E' stato pubblicato sul settimanale delle diocesi toscane "Toscana oggi" e poi ripreso dal blog del sito del Progetto Culturale della C.E.I.
Qual è il cuore autentico dell’educazione? Tutto il discorso che l’Occidente ha sviluppato intorno alla questione educativa affonda le proprie radici nel concetto di paideia con cui la civiltà greco-classica additò l’ideale della formazione integrale dell’uomo: non solo e non tanto la preparazione alla cultura, ma la cultura stessa, intesa quale «valore» della persona umana colta nella sua interezza. Il cristianesimo dal canto suo non smentì tale concezione dell’educazione, ma piuttosto la confermò e l’arricchì, sottolineando la dimensione globale dell’azione educativa che è volta a costruire un’umanità piena.



Alcuni spunti sul perché parlare di educazione
di Erica Mastrociani
Pedagogista e Presidente Provinciale ACLI Trieste

Perché oggi parlare di educazione rappresenta una priorità? Perché si parla di crisi/emergenza educativa? Parlare di educazione significa in estrema sintesi parlare della vita. Non ci può essere educazione se non nella vita: che poi molto semplicemente significa nella quotidianità, nella concretezza del cambiare del tempo con le sue modificazioni continue. Significa quindi collocare le nostre azioni dentro un tempo, una società, una cultura, con le altre persone con ruoli, modi e strumenti che sono sempre pertinenti e specifici del tempo in cui si vive. Ogni epoca ha elaborato modi e strumenti per educare, formare e trasmettere.
Nei contesti di lingua anglosassone oramai da molti anni è stato coniato il termine Andragogia (altra faccia della medaglia della Pedagogia): inteso come la scienza e l’arte dell’educazione degli adulti con proprie modalità di intervento, metodologie, ambiti di riflessione scientifica e teorica. Così come la Pedagogia è intesa la scienza e l’arte dell’educazione dell’infanzia. Da noi questa parola non ha ancora trovato una sua divulgazione massiccia rimanendo patrimonio solo del mondo accademico e per lo più si continua ad usare il termine (forse improprio? Io ritengo di no!) di Educazione degli adulti.

Clicca qui per scaricare gli spunti di Erica Mastrociani


Una traccia di riflessione
di Edoardo Patriarca
Segretario del Comitato scientifico delle Settimane sociali, Consigliere del Cnel e dell'Agenzia per le Onlus

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento che riprende due temi trattati nel documento preparatorio della Settimana Sociale: il profilo dell’autorità e l’esercizio di essa nell’avventura educativa; e la figura dell’educatore, che sia genitore, docente o volontario delle nostre associazioni. Non solo indaga alcuni snodi sui quali si giochi oggi l’agibilità di una proposta, ma anche le “esche” su cui agire, e la formazione degli educatori, soprattutto sul versante della formazione all’impegno sociale e politico.

Clicca qui per scaricare l'intervento di Edoardo Patriarca


Educare alla vita buona del Vangelo


“Cresce lungo il cammino il suo vigore…” (Sal 82)
La parola di questo salmo ha ispirato biblicamente il cammino preparatorio al Convegno.
Fin dalle battute iniziali si è ritenuto opportuno non partire a freddo, ma aiutare le nostre comunità a prepararsi al momento della grande convocazione. In questa prospettiva sono stati pensati i due seminari preparatori: il primo si è svolto il 12 febbraio ed aveva come destinatari le comunità ecclesiali; il secondo, che si è svolto il 24 febbraio, è stato pensato come un momento di confronto e coinvolgimento di diverse realtà istituzionali che operano sul territorio con una chiara ed evidente intenzionalità educativa.
Poiché per diverse ragioni non tutti coloro che parteciperanno al Convegno hanno potuto partecipare ai seminari preparatori, è sembrato bene mettere a disposizione in forma scritta gli interventi che sono stati proposti. Si tratta di un materiale ricco che forse può essere interessante visionare nella prospettiva di arrivare al Convegno preparati.
La segreteria preparatoria del Convegno

Clicca qui sotto per scaricare i documenti preparatori e quelli del Convegno in PDF:
Introduzione:
12 Febbraio “Verso il convegno diocesano”:
Alcune testimonianze proposte durante il Seminario:
24 Febbraio “Educare in un mondo che cambia”:
Documenti del Convegno:
Conclusioni:


Confrontiamoci: Il fine e il compito dell’educazione
di Carlo Pantaleo
Presidente Associazione Centro Studi Nuove Generazioni

Don Milani ancora oggi ci interroga: “Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande”.
Diceva John Wilmot conte di Rochester: “prima di sposarmi avevo sei teorie sul modo di educare i bambini. Oggi ho sei bambini e nessuna teoria”. Infatti se c’è qualcosa che si desidera cambiare negli altri, si deve prima esaminare bene e vedere se non è qualcosa che bisogna cambiare in noi stessi. Lasciarsi educare ed educare se stessi è la spinta iniziale della formazione di se stessi. E’ soprattutto compito personale che non si può demandare per formare persone solide, capaci di comunicare collaborando con gli altri per il vero bene e per dare un senso alla propria vita.
A partire da questi spunti è stato lanciato dall'Area Famiglia e Educazione dell'Associazione Centro Studi Nuove Generazioni un ricco dibattito su Il fine e il compito dell’educazione. Molti di noi sono riminesi ma tanti sono gli amici e i soci in Italia, i quali che ci hanno spedito dei loro contributi alla riflessione.
E' possibile accedervi andando sul sito internet dell'associazione nella particolare Area all'indirizzo: www.associazionenuovegenerazioni.blogspot.com/search/label/Famiglia e Educazione
Vi si trovano diversi e importanti contributi come quello su Educazione: emergenze e risposte, dei singoli, degli enti e del sistema educativo, riflessione di Luciano Corradini Professore emerito nell’Università di Roma Tre e Presidente emerito dell’UCIIM, ma anche Sul metodo e la spiritualità dello studio di Luca Arcangeli FUCI Rimini, che prende spunto da Bernard Lonergan o il Commento alle riflessioni di Luciano Corradini di Gabriele Paganelli, Responsabile Area Famiglia e Educazione Associazione Centro Studi Nuove Generazioni.
Presto saranno pubblicati: Una traccia di riflessione di Edoardo Patriarca, Segretario del Comitato scientifico delle Settimane sociali, Consigliere del Cnel e dell'Agenzia per le Onlus che riprende due temi trattati nel documento preparatorio della Settimana Sociale: il profilo dell’autorità e l’esercizio di essa nell’avventura educativa; e la figura dell’educatore, che sia genitore, docente o volontario delle nostre associazioni. Non solo indaga alcuni snodi sui quali si gioca oggi l’agibilità di una proposta, ma anche le “esche” su cui agire, e la formazione degli educatori, soprattutto sul versante della formazione all’impegno sociale e politico. Successivamente Educazione alla virtù: alcuni spunti di Giacomo Samek Lodovici, Docente di Storia delle dottrine morali e ricercatore in Filosofia morale presso l'Università Cattolica di Milano.
A partire dall'ispirazione cristiana si troverà anche Per una «paideia» rivolta alla persona nella sua completezza di Maurizio Schoepflin, insegnante di Filosofia nei Licei, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare di Roma e la Pontificia Università Urbaniana, oltre al denso contributo neo-tomista Maritain filosofo dell’educazione: verità e libertà, a cura di Piero Viotto, già docente di pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano e Membro del comitato scientifico dell’Institut International Jacques Maritain. Viotto ci indica come anche dentro al tema educativo Maritain analizza i rapporti tra persona e società e afferma che l’uomo non si esaurisce nel sociale, anche se è portato ad una comunione sociale: la società è per le persone e non le persone per la società. L’educazione va riconosciuta come relazione interpersonale e il bene comune non consiste allora solo in una redistribuzione del benessere materiale, ma soprattutto nell’edificazione di una società che favorisca la promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Per Maritain lo scopo ultimo dell’educazione non può quindi essere la preparazione professionale e nemmeno l’educazione sociale, ma proprio la formazione dell’uomo.

Questi sono solo alcuni dei contributi, aspettiamo anche quelli di tanti altri che vorranno aggiungersi mandandoceli, anche se solo come brevi spunti o considerazioni. L'indirizzo mail è nuovegenerazioni@gmail.com

L'articolo è stato pubblicato dal settimanale ilPonte del 3 aprile 2011


Clicca qui per scaricare l'articolo in PDF



Famiglie in... forma
a cura delle ACLI Provinciali di Rimini
con la collaborazione del Circolo ACLI Società Libraria


Rimandiamo al sito del Circolo ACLI Società Libraria per tutti i dettagli della bella iniziativa "Famiglie in... forma" che si è tenuta fra marzo ed aprile 2001 sui temi della Famiglia e della Educazione:








Educazione alla virtù: alcuni spunti
di Giacomo Samek Lodovici
Docente di Storia delle dottrine morali presso l'Università Cattolica di Milano

Che cosa possono fare i genitori per educare i propri figli alle virtù umane e cristiane? Proviamo a vedere qualche suggerimento, senza alcuna pretesa di esaustività, e avvertendo che su ciascuno ci si potrebbe soffermare a lungo.
Le norme sono secondarie, tanto è vero che un antropologo non impara a comportarsi appropriatamente in una comunità diversa meramente chiedendo quali sono le regole del comportamento, bensì osservando ciò che le persone fanno, specialmente, osservando che cosa fanno coloro che sono stimati come modelli in quella cultura. Del resto, i casi di Budda, Confucio e Cristo ci mostrano che l’esortazione morale, in diverse tradizioni, avviene proprio additando degli uomini esemplari da imitare. E la virtù della saggezza-prudenza (che non è la mera cautela-circospezione) è appunto la capacità di discernere il bene in una situazione concreta specifica.
Ancora, si fa leva sul desiderio di libertà, ma la vera libertà non consiste nella trasgressione, bensì nello scegliere il bene. Infatti, la scelta del male è un atto libero all’inizio, però diminuisce la libertà: diventa, gradualmente, un atto sempre meno libero, fino a diventare, alla fine, in certi casi, un atto non più libero. Ciò dipende dal fatto che la ripetizione di atti malvagi ingenera nell’uomo dei vizi, cioè delle disposizioni, delle propensioni a compiere determinati atti malvagi, e queste disposizioni indeboliscono la nostra libertà. Per esempio, compiendo atti di viltà diventiamo sempre meno capaci di essere coraggiosi, agendo da avari diventiamo sempre meno capaci di essere generosi, se ripetiamo atti di pigrizia o di lussuria diventiamo sempre meno capaci di essere laboriosi e temperanti, ecc. Chi asseconda tutti i suoi istinti ed i suoi impulsi finisce in loro balia, diventa loro schiavo (cfr. già Socrate, Platone e Aristotele).

Clicca qui per scaricare il contributo del professor Lodovici

---------------------------------------------------------------------------------

Su questo tema vedi anche, sul nostro sito, l'articolo "Chi educa chi? Ovvero giovani specchio della nostra società ".